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L’occhio vede ciò che la mente conosce [ J.W. Goethe ] – Intervista alla fotografa Ella Pellegrini

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Ella Pellegrini

Ho intervistato Ella Pellegrini, fotografa di New Corp e del Royal War Museum di Londra, sulla sua visione del raccontare per immagini e sulla sua avventurosa vita in “prima linea”.

Ella, lei è originaria di Verona e ha studiato storia dell’arte e della conservazione alla Ca’ Foscari di Venezia. La domanda sorge spontanea: com’è finita a fare la fotoreporter in giro per il mondo?
«Non ho una di quelle incredibili storie del tipo “ la fotografia è da sempre stata la mia passione”.
Presi “in prestito” la macchina fotografica di mio padre il primo anno di università a Venezia, una vecchia Olympus OM2 con sole funzioni manuali, tre obiettivi, un 28, un 50 e uno zoom che non usavo mai. Finì che mio padre dovette comprarsi una macchina fotografica nuova. All’inizio semplicemente mi divertivo da morire a cercare le foto e il processo dello sviluppo dei rullini e l’emozionante attesa dei provini di stampa.
Il terzo anno di università andai a Parigi in Erasmus. Frequentavo ambienti di musica, arte, teatro conoscendo tra tanta gente anche dei bravissimi fotografi. Cercavo di andare a più mostre fotografiche possibili e passavo ore, se non giorni, al Centro internazionale di fotografia nel Marais.
Rimasi a Parigi a finire l’università decidendo di preparare la tesi finale sul fotogiornalismo e l’agenzia Magnum, per cui lavorai per sei mesi non appena laureata. Lo trovai un mondo intrigante, avvincente ma soprattutto vero e capii che volevo vedere quello che gli altri avevano da raccontare, volevo interpretare le loro vite, registrare le loro storie poiché queste erano assai più interessanti e significative di quello che io avevo da raccontare.
Dopodiché mi trasferii in Australia facendo un master in fotogiornalismo che mi aiutò – un paio di anni dopo – ad essere assunta come fotografa in un giornale nell’outback Australiano».

PH: Ella Pellegrini for New Corp Australia

PH: Ella Pellegrini for New Corp Australia

In un periodo di crisi così profonda per il mondo della comunicazione e dell’editoria, del giornalismo in generale, cosa consiglierebbe oggi, ad un giovane che vuole intraprendere questa strada?
«Ai giovani che vogliono intraprendere la strada del fotoreporter, istintivamente mi verrebbe da dire di lasciare perdere, visto come stanno andando le cose nel mondo del giornalismo.
Tuttavia, se la passione è davvero tanta, fate fotografia perché amate farla e perché la ricompensa maggiore sarà il processo stesso del fotografare.
Altre ricompense come l’essere riconosciuto e i soldi arrivano molto raramente e per poche persone. Anche se in qualche modo riuscirai ad avere successo, ci saranno sicuramente momenti in cui verrai ignorato, guadagnerai poco e spesso entrambe le cose.
Certamente ci sono modi molto più facili per guadagnarsi da vivere nella società.
Potrai essere un buon fotografo solo se questa è veramente la tua grande passione. Prova di tutto: fotogiornalismo, moda, ritratto, commerciale. Non saprai che tipo di fotografo sei se non provi tutto. Divertirsi è importante. Se ti annoi o non sei contento con il tuo soggetto, questo si rispecchierà nelle tue fotografie.
Se sei giovane e hai tempo, studia. Studia antropologia, sociologia, economia, politica. Studia così sarai in grado di capire quello che fotografi. Quello che puoi fotografare e quello che dovresti fotografare. Il resto verrà da sé».

Lei ha lavorato in tutto il mondo e per gruppi editoriali importanti. Oggi collabora con News Corp, gruppo editoriale statunitense, che detiene marchi internazionali come Dow Jones, HarperCollins, New York Post, The Sun, The Times, The Wall Street Journal. Ha mai pensato di cimentarsi anche nella scrittura?
Qual’ é la differenza, in termini di storytelling, tra la narrazione visiva e scritta?
«Ritengo che giornalismo e fotogiornalismo seguano le stesse regole di base. In entrambi i casi è importantissima l’abilità di capire le situazioni, entrare in contatto con i soggetti, metterli a proprio agio per fare sbocciare le storie.
Ultimamente mi trovo spessissimo a lavorare da sola e dovere svolgere anche la funzione del giornalista. Sicuramente il fatto di avere lavorato negli ultimi dieci anni per giornali di lingua inglese e non mia madrelingua non mi ha facilitato nello scrivere di più, come avrei voluto, e all’interno di un giornale i ruoli sono ben delineati.
Ho in programma per alcuni miei progetti futuri di unire il testo alle fotografie, il che spero mi darà modo di muovermi più autonomamente».

Nel libro “Australia solo andata”, al quale ha collaborato nella stesura assieme a noti scrittori e giornalisti quali Alessio Corazza e Michele Grigoletti, si narra di come migliaia di giovani italiani – soprattutto delle zone veronesi – siano stati spinti a emigrare in Australia più precisamente nella città di Griffith.
Questo fenomeno, ancora oggi è ben presente, (secondo i diversi rapporti 2014/15), Per quale motivo? Quali possono essere attualmente le cause che spingono tanti giovani a spostarsi dalla terra natia? Lei ne è un po’ l’esempio.
«Nel 2012 è uscito il libro “Australia solo Andata” con mie fotografie e testo di Alessio Corazza. Nel libro si raccontano le storie di italiani emigrati in Australia dall’inizio fino alla metà del secolo scorso. Storie che ci sentivamo in dovere di raccogliere prima che venissero totalmente dimenticate e non tramandate alle generazioni successive, che nella maggior parte dei casi sono vastamente australianizzate.
Negli ultimi anni il numero di emigrati in Australia ha raggiunto lo stesso livello di quelli nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale. Sintomo questo di una insofferenza dilagante e incapacità dei giovani di sentirsi a proprio agio nel loro paese di origine ed avere la possibilità di svilupparsi in qualche direzione.
Da quando ho lasciato l’Australia, tre anni fa per tornare in Europa mi rendo conto di quanto tutto sia maggiormente possibile all’estero rispetto all’Italia se si ha voglia di lavorare duramente e realizzare i propri sogni.
L’Australia decisamente è uno di questi posti dove si da la possibilità a persone con capacita di eccellere».

Ella Pellegrini al New Awards 2015

Ella Pellegrini al New Awards Editorial 2015

A proposito di Australia, ha ricevuto da News Corp il premio per il “migliore scoop dell’anno”. Come ci si sente a ricevere un premio tanto ambito? Se lo sarebbe mai aspettata?
«Sì, proprio qualche settimana fa sono stata premiata per il migliore “scoop dell’anno” ai News Awards, una premiazione annuale di News Corp in giornalismo e fotografia.
Ho lavorato per un anno nel ricercare un video girato da ribelli russi pochi minuti dopo l’abbattimento dell’aereo MH17, un video inedito che avevo visto di sfuggita quando mi trovavo in Est Ucraina l’anno scorso. Il video rivela i responsabili del disastro aereo ed è ritenuto una prova di alto valore dalle squadre investigative.
Dopo avere lavorato sulla storia per quasi un anno, quel premio è stato un apprezzato riconoscimento delle fatiche e della pazienza che non mi ha mai abbandonato».

Giuseppe Papalia

Who’sWho
Ella Pellegrini è nata a Verona nel 1978. Si è laureata in Conservazione e Storia dell’Arte presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha lavorato a Parigi, presso l’agenzia fotografica Magnum per uno stage (2003) e ha partecipato a numerosi workshop di fotografia, tra cui il Foto Festival Toscana con Magnum’s Guy Le Querrec, ISSP (International Summer School of Photography) in Lettonia con Andrei Polikanov e con David Alan Harvey a Sydney. Si è trasferita in Australia nel 2004, dove ha conseguito il diploma in fotografia. Dal 2006 è stata fotoreporter a tempo pieno per la stampa: in primo luogo per il Bendigo Advertiser e, dal 2008, per il The Sunday e il Daily Telegraph. Nel 2012 si trasferisce a New York dove ha lavorato come fotografa per News Corp. Ora vive a Londra ed i suoi principali clienti sono News Corp e l’Imperial War Museum.

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